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Lacrime ardenti

15 Mar

Lacrime ardenti
Scavano il viso
È questa pace?
È questa rabbia?

Lacrime amare
Scaldano il viso
Il tempo scorre
Il tempo cambia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io inizialmente non volevo pubblicare questa mia poesia, ma alla mia amica Alex è piaciuta a tal punto che non solo gliela “dedico”, ma pubblicizzo anche il suo blog qui.

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4 Mar

Cosa andremo a votare?

2 Mar

Fra due giorni, noi cittadini italiani aventi diritto di voto saremo chiamati alle urne. Queste elezioni sono state precedute da una campagna elettorale il cui clima è stato talmente caotico e angosciante che, a confronto, le elezioni politiche americane di due anni fa non sono state nulla.

Tuttavia, la domanda che vorrei porvi è la seguente: cosa andremo a votare?

Io ne sento di tutti i colori ormai da un paio d’anni, soprattutto legate alla figura del premier.

Questa è la ragione per cui sto scrivendo questo articolo. Lo so che non ho chissà quale bacino d’utenza, ma mi piace pensare che, nel mio piccolo, io abbia provato ad informare qualcuno.

Anche perché non trovo tanto positivo che si vada a votare senza avere idea della motivazione. Volete forse fare come i cittadini britannici, che hanno votato per la Brexit per poi andare a cercare cosa sia l’Unione Europea su internet?

Ad ogni modo, vedo di rispondere immediatamente alla domanda.

Ogni qualvolta si giunge al termine di una legislatura, il parlamento è sciolto dal Presidente della Repubblica (che può scioglierlo anche prima della scadenza naturale di cinque anni, come accaduto con il secondo governo Prodi). Dopodiché, nuovo elezioni sono indette per il rinnovo delle due camere.

Non a caso, vengono consegnate due schede: una per la camera ed una per il senato.

Al termine delle elezioni, vengono assegnati i seggi. A seguito dell’assegnazione, sta al Presidente stesso nominare un primo ministro, a patto che questi possa ottenere la fiducia della maggioranza dei seggi in entrambe le camere.

Tutto questo non mi sembra tanto complesso, eppure c’è tanta confusione in giro, a cominciare dalla figura del premier.

“Sono sette anni che ci governa qualcuno che non è stato eletto dal popolo!” leggo in giro.

Ora, per prima cosa, Mario Monti è stato presidente del consiglio di un governo tecnico, il quale è reso necessario quando, in situazioni d’emergenza, non si riesce ad esprimere un governo pienamente funzionante. Inoltre, non è vero che Napolitano ha nominato Monti senatore a vita dopo il suo governo, ma pochi giorni prima, e proprio per permettergli di governare.

Al termine della legislatura, sono giunte le elezioni del 2013, che hanno visto l’Italia spaccata in quattro: chi ha votato per il centro-destra, chi per il centro sinistra, chi per il Movimento 5 Stelle e chi ha preferito astenersi.

Il clima successivo è stato incredibilmente confusionario, al punto che il parlamento non era in grado di decidere un nome per eleggere il Presidente della Repubblica, tant’è vero che Napolitano ha accettato di essere riconfermato fino a quando il tempo glielo avrebbe permesso (aveva pur sempre 88 anni). Quando, due anni più tardi, egli ha rassegnato le dimissioni, il clima parlamentare era abbastanza calmo da permettere l’elezione di un suo successore, individuato in Sergio Mattarella.

Difatti, centro-destra e centro-sinistra avevano ricevuto praticamente il medesimo numero di seggi in Senato, sebbene i secondi avessero la maggioranza alla Camera dei Deputati.

Per questo motivo, a governare negli ultimi cinque anni è stato il centro-sinistra, ragione per cui Napolitano ha affidato la formazione di un governo ad Enrico Letta, la cui durata è stata inferiore ad un anno perché il segretario del suo partito, Matteo Renzi, ne ha chiesto la sfiducia per far spazio ad un esecutivo guidato da lui stesso.

Renzi è rimasto in carica come Presidente del Consiglio sino al Dicembre del 2016, in quello che è stato ribattezzato “il governo dei mille giorni” (pur essendone durato 1024). Le sue dimissioni sono avvenute a seguito del fallimento di un referendum costituzionale.

Al suo posto, è subentrato Paolo Gentiloni, il cui governo è giunto sino al termine della legislatura.

Che cosa accomuna gli ultimi tre Presidenti del Consiglio? L’essere stati appoggiati dalla maggioranza dei seggi, gli stessi appuntati a seguito delle elezioni del 2013.

Questo perché non votiamo per il primo ministro, ma per le due camere.

Ora, immagino già domande del tipo “e allora perché i partiti più grossi si comportano come se si votasse il premier?”.

Io credo che la risposta stia nel fatto che, se si vota per un partito specifico, ci si aspetta che sia il suo segretario, o quantomeno una figura specifica nominata dallo stesso, a governare. Ciononostante, solo perché sul simbolo del partito c’è il cognome del segretario, non vuol dire che avrà effettivamente la maggioranza, per cui sarebbe impossibilitato a governare con un esecutivo che lo vede a capo.

Inoltre, potrebbe anche capitare che una coalizione ottenga la maggioranza dei voti, eppure il governo è affidato a personalità di altri schieramenti. Questo può accadere perché, magari, i vari partiti hanno ottenuto un numero simile di seggi, ma quello che ne ha leggermente di più non ne vuole sapere di collaborare con gli altri, e quindi bisogna chiedere ad essi di governare. Questa sarebbe soltanto un’ipotesi, ma non allarmatevi se dovesse accadere per davvero.

Ad ogni modo, questo articolo è giunto alla sua conclusione. Vi ringrazio per averlo letto, e mi auguro che, fra due giorni, voi possiate recarvi al vostro seggio sapendo con esattezza cosa state andando a votare.  

Perché un popolo povero è più facile da governare

26 Feb

Tra sei giorni, noi italiani aventi diritto di voto saremo chiamati ad eleggere i nostri rappresentanti parlamentari. In teoria, io avrei voluto fare un solo articolo a riguardo, ossia su cosa esattamente si va a votare, perché sono anni che ne leggo di tutti i colori e vorrei provare almeno a fare chiarezza, nel mio piccolo.

Tuttavia, in questi giorni, stiamo assistendo a tantissimo dolore, tantissimi scontri e un Odio con la O maiuscola che farebbe quasi rabbrividire i terroristi degli Anni di Piombo.

Ora, per me, non vi è una forma d’odio più grande dell’odiare qualcuno perché esiste, e questo include prendersela con gli immigrati in quanto tali, odiare i gay perché “è contro natura”, vedere una persona come “nostro nemico” a primo impatto e tanto altro ancora.

Io sto vedendo tutto questo da giorni. E no, non proviene soltanto da persone anziane (e quindi figlie di un’altra mentalità) o da uomini di mezza età (e che quindi hanno vissuto praticamente tutta la loro età adulta nel clima politico post-Tangentopoli), ma da giovani come me.

Vedere un venticinquenne che chiama i gay “ricchioni”, usa la parola con la N e addirittura invoca il ritorno di Hitler e Mussolini non so se faccia prima a rabbrividirmi o a rattristarmi, perché noi siamo la generazione di internet, una in cui puoi andare ad informarti dove vuoi. Insomma, quando dicono “il Duce non ha fatto cose sbagliate a parte allearsi con i Nazisti”, dove vanno ad informarsi?

Ovviamente, ci si chiede cosa sia successo. Insomma, ondate di populismo hanno colpito mezza Unione Europea nel corso degli ultimi due anni: esso è dietro la Brexit, mentre candidati populisti sono andati vicini ad essere eletti in Francia e Olanda.

Tuttavia, qui in Italia sembra che non vi sia via di scampo, che la maggior parte degli italiani preferisca odiare qualcuno perché esiste.

Cos’è successo?

In momenti come questo, mi viene in mente uno degli striscioni che vedevo sempre in giro quando andavo al liceo e vi erano le numerose manifestazioni tipo “l’onda”: Non ci fanno studiare né lavorare perché un popolo ignorante è più facile da governare.

Io ricordo che non mi piaceva cosa intendesse questo messaggio, ma semplicemente perché sostituirei “ignorante” con un altro aggettivo: povero.

Sono ormai dieci anni che la crisi economica più pesante da quella iniziata nel 1929 e proseguita nel corso degli anni trenta imperversa. In un periodo del genere, ovviamente numerosissime persone si sono ritrovate senza mezzi economici, in alcuni casi senza neanche potersi permettere un tozzo di pane.

Se togli i soldi a qualcuno, è quasi come se gli togliessi il cervello. In certi casi, si traduce nel vedere uomini e donne fare cose inimmaginabili per poter sostenere sé stessi, ma soprattutto le loro famiglie (avete mai sentito parlare dell’espressione “tengo famiglia” per giustificare azioni immorali o alquanto scandalose?).

In altri, però, significa cercare una causa, qualcuno da incolpare e “punire”.

Noi siamo un popolo che non si prende mai le proprie colpe. Lo si può notare con il calcio: se la squadra del cuore perde una partita importante, non è mai perché semplicemente l’avversaria si è dimostrata più forte, ma sempre perché, magari, l’arbitro non ha fischiato un fallo, c’erano fattori metereologici sfavorevoli, “si gioca troppo” e via dicendo.

Questo è un concetto che si applica dovunque. Anche nel pensare “io non ho una lira”. Insomma, se uno è povero, la colpa deve per forza essere di qualcuno.

E, siccome non può essere “uno come noi” perché anche lui “tiene famiglia”, ecco che si cerca di pensare al diverso, soprattutto se ci pensano i cari politici a dire “se sei povero, è perché lui esiste!”.

Davanti ad un immigrato, una persona razionale penserebbe a come questi se ne sia andato dal proprio Paese per motivi validi (c’è la guerra, laggiù sono molto più poveri, deve sostenere ai suoi cari e questo è il solo modo …). Tuttavia, chi non ha denaro non riesce ad essere razionale, e quindi inizia ad incolparlo della sua povertà, chiedendo ad alta voce che sia cacciato, perché “se entrambi siamo poveri, ma io qui sono nato, devo venire prima io!”.

Che poi, mi viene in mente una digressione. Poveri immigrati, che giungono nel Mondo occidentale nella speranza di trovare pace, libertà e l’occasione di ricominciare dopo eventi terribili, per poi vedere i Paesi portavoce di tutto questo spezzarsi e precipitare nell’oblio perché loro esistono. È un pensiero che reputo assurdo, ma provate a dirmi un Paese occidentale in cui non vi è alcuno scontro legato ad essi.

Tornando a noi, mi viene in mente a come i politici siano abilissimi nel pigiare sul tasto “non ho denaro”, usandolo come elemento chiave della campagna elettorale. Vi mostro un esempio di destra, uno di sinistra e un altro dai 5 Stelle, per mostrarvi come non sia una cosa tipica di un solo schieramento.

Berlusconi, essendo un uomo d’affari, sa quanto sia efficace il potere dei soldi. Per questo, più volte ha concluso la propria campagna elettorale giurando che avrebbe abolito una tassa specifica. Ovviamente, un italiano medio non pensa a cose tipo “ma io questa tassa non la pago” oppure “capirai, 100 Euro in più all’anno…” ma “WOW, PAGO UNA TASSA IN MENO!” e a va votarlo, anche se ha passato gli anni precedenti a criticarlo.

I famigerati 80 Euro di Renzi sono visti da molti come una versione diametralmente opposta: anziché promettere che un italiano spenderà meno soldi, ne può avere di più.

I Cinque Stelle, poi, ti fanno una testa grossa quanto una casa su come vogliano fare in modo che i politici percepiscano meno denaro possibile. Certe volte, sembra quasi che sia la loro versione della scritta “Applausi” che si trova di fronte al pubblico di uno studio televisivo.

Quindi, è bene che io mi affretti a concludere questo articolo, prima che diventi l’ennesimo post sul web senza capo né coda che inveisce contro la classe politica.

Aspetta, io non me la sto prendendo con loro, ma con noi italiani.

Ecco, quindi, l’ultimo punto.

Io non riesco a vederla una via d’uscita da tutta questa situazione. Insomma, se neanche il poter essere in grado di informarsi da soli riesce a migliorare la mentalità di un individuo, non direi cosa potrebbe farlo.

Questi sei giorni saranno di fuoco, perché di certo non sarà una forte nevicata a calmare gli animi degli italiani, e, ricordo, non parlo soltanto di uomini e donne che potrebbero essere miei nonni o genitori, ma anche di chi potrebbe essere mio fratello maggiore, o addirittura minore. Situazioni come questa sono il motivo per cui la frase “i giovani sono il futuro” mi preoccupa.

Concludo qui, sentendomi un po’ strano, considerando che questo non è proprio un blog in cui discuto di certe cose, ma sentivo il bisogno di esprimermi.

Il 4 Marzo, inoltre, si svolgeranno i Premi Oscar 2018. Staremo a vedere se quel giorno somiglierà anche qui a qualcosa che pensavamo avremmo visto di nuovo soltanto in un film.

Non mi sembra l’ultimo dell’anno

31 Dic

Bentornati nel blog vuoto. In questo momento, sta iniziando la mattina del 31 Dicembre, e, nel godermi l’alba, pensavo a una cosa: non mi sembra l’ultimo dell’anno.

Questa è la prima volta in cui arrivo a questo giorno senza avere la sensazione che qualcosa stia finendo, e tutto mi sembra a dir poco assurdo, perché non so come spiegarmelo.

Qualche anno fa, avevo iniziato a sentirmi in questo modo durante la mezzanotte, nel senso che non avevo più l’impressione che si fosse entrati in qualcosa di nuovo, a differenza di adesso.

Forse, è una cosa buona, perché non sento il “peso” di dover concludere qualcosa o l’ansia di un nuovo inizio. Ormai, è come se il 31 Dicembre fosse un giorno come altri, con la differenza che è l’ultimo del nostro calendario.

Questo post, però, ha una cosa particolare: vuole infatti “festeggiare” la fine del 2017 insieme alle “categorie minori” del mio blog, quelle che raramente vedono un articolo a differenza di quelle principali come quelle sul calcio, sulle serie TV e sui tokusatsu (non c’è anche la scrittura perché anch’essa ha avuto il suo post finale separato).

Tutte le altre, infatti, arrivano ora, perché voglio dedicare il primo dei “tre post finali” anche a loro.

Direi che possiamo procedere.

Cinema, Fumetti, Che Splendida Estate, 3 Serie in 3 Sere, Tekken & Pokémon (che quest’anno si sono pure unite). Mi chiedo quante di queste saranno ancora qui, e volevo che comunque avessero un pezzo di chiusura.

Ecco, quindi, che passo all’ultimo post del mese e all’ultimo dell’anno.

Alla prossima, sempre qui, sul blog vuoto!

davvero

31 Dic

tutti

31 Dic