Dieci articoli che volevo scrivere da un po’

20 Ago

Bentornati nel blog vuoto. Il post che state leggendo ha la caratteristica di essere formato da 10 articoli, di argomenti diversi, che volevo scrivere da un po’, e ho deciso di metterli tutti insieme.

Di seguito, elencherò i dieci articoli in ordine, così saprete cosa cercare.

  • Scrittura: Evitare la donna nel frigorifero
  • Storia: Perché l’età contemporanea inizia nel 1789?
  • Storia: Impero “bizantino”
  • “Abbiamo avuto un bambino!”
  • Le serie TV per ragazzi e gli omicidi
  • Fusione di due categorie del blog
  • Italiano traditore, Francese codardo, Tedesco nazista
  • Sei abbastanza giovane da essere vecchio
  • JK Rowling e la scomparsa dalla cresta dell’onda
  • Si potrebbero avere buone notizie?

Spero che siano di vostri gradimenti!

Evitare la donna nel frigorifero

Stai scrivendo una storia, ed arrivi al punto in cui ti serve una ragione per cui il tuo protagonista desideri affrontare l’antagonista. Dopotutto, non puoi semplicemente dire “uno è buono, l’altro è cattivo, ovvio che si scontrino!”.

Quindi, pensi di avere un’idea: gli scagnozzi del cattivo vanno a casa dell’eroe e gli uccidono la moglie, o la sorella, o comunque una donna a cui lui è molto legato. Così facendo, ti risolvi il problema del non avere una motivazione per farli scontrare.

Ed è qui, però, che ti devo fermare, caro scrittore. Vedi, questo non è altri che l’uso di un paio di cliché incredibilmente abusati nel creare storie. Il primo è far scontrare eroe e cattivo per vendetta, ma è il secondo quello che, secondo me, è il più grave: la “donna nel frigorifero”.

La fumettista Gail Simone ha coniato questo termine ispirandosi alla fine che fa la compagna della Lanterna Verde Kyle Rayner, ossia fatta a pezzi e messa nel frigo di Kyle affinché lui la trovasse. Di cosa si tratta? Semplice: uccidere un personaggio femminile solo e soltanto per far soffrire uno maschile.

Pensaci: quante volte hai visto un film, una serie, un libro o un fumetto che fa fuori personaggi femminili, anche piuttosto importanti, giusto per farti vedere il protagonista piangerle e agire per rabbia nei confronti di chi le ha eliminate?

Questo è un “problema” che avviene molto spesso, ed io ti mostrerò tre punti (nei quali la “donna nel frigorifero” appare con maggiore frequenza) e come fare per evitare di sacrificarla.

Il metodo John Wick

John Wick è un film d’azione con protagonista Keanu Reeves che è più volte utilizzato come esempio di come gestire la “donna nel frigorifero” senza dover usare per forza una donna.

Come in molti film d’azione, John Wick diventa vedovo all’inizio del film. Tuttavia, non solo sua moglie muore per cause naturali, ma non è la sua morte a dare inizio alle vicende della pellicola.

Pochi giorni dopo, infatti, l’antagonista del film, che non lo conosce e non sa la sua natura “leggendaria”, gli ruba l’auto e poi gli ammazza il cane.

Ecco, è lì che John inizia la sua missione, perché il cattivo lo ha privato di ciò che era l’ultima cosa che lo legava a sua moglie. Non ha ucciso lei, ma il suo ricordo.

Questo film è usato anche come esempio di quanto sia nocivo avere una “donna nel frigorifero”, visto che essa svolge un ruolo che può essere tranquillamente svolto da un oggetto o un animale, come l’auto e il cane in questo caso.

Ciò può andare bene se la tua storia richiede comunque una vendetta.

Avere qualcuna che lo aspetta

Una cosa che mi fa storcere il naso è per quale motivo molti di loro decidano di far morire l’amata del protagonista, o comunque una parente a cui è legato, convinti che ciò lo renda più approfondito.

Secondo me, si perde un’occasione ghiotta nel tenere quella persona in vita. Dopotutto, l’eroe avrebbe qualcuna da cui tornare, per cui il lettore osserverebbe con attenzione la storia, nella speranza che i due possano riunirsi.

Per esempio, si potrebbero avere delle scene in cui lei attende con ansia il suo ritorno, magari proprio mentre, in contemporanea, lui rischia la vita. Oppure, lui che pensa a che preferirebbe essere a casa da lei, piuttosto che nella situazione in cui si trova.

Questa cosa va a braccetto col prossimo punto.

Approfondire un personaggio piatto

Pensaci bene: se il solo modo che hai per approfondire un personaggio è facendo morire la donna che ama, non trovi che sia un po’ troppo piatto?

Vorresti davvero costruire una storia attorno ad un uomo la cui caratterizzazione si limita a “il cattivo gli ha ammazzato la moglie”?

Penso che tu debba rifletterci meglio su una situazione del genere.

Magari, potrebbe esserci qualche altro legame tra lui e il cattivo. Oppure, ciò che vuole non è vendetta personale, ma vorrebbe comunque aiutare in quanto eroe.

Le possibilità sono molteplici, perché un protagonista piatto non può portare avanti una storia, né come lettore né come scrittore. Se tutto ciò che sai sul tuo protagonista è “gli è morta la moglie”, la situazione è piuttosto grave.

1789, o “perché l’età contemporanea copre 230 anni?”

Leggendo i libri di storia, si può notare come le grandi età dell’umanità siano divise seguendo eventi che hanno cambiato il loro corso.

La preistoria finisce con l’invenzione della scrittura, che dà inizio all’età antica, protratta fino alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476). Da lì, si parte con il Medioevo, concluso con la scoperta dell’America (1492), inizio dell’età moderna, a sua volta conclusasi con la rivoluzione francese (1789).

Da allora, viviamo in quella definita “età contemporanea”, ed è qui che la cosa può generare un po’ di confusione.

Per quale motivo si parla di “contemporanea” se la si fa iniziare 230 anni fa?

In queste poche righe, cercherò di spiegare le ragioni dietro questa denominazione.

Vedete, la data di inizio e fine di un’età sono decise anche in base alle conseguenze di un evento specifico. Non a caso, vi sono storici che non concordano sulla scelta del 476 come inizio del Medioevo, perché si ritiene che eventi come le conquiste arabe o l’incoronazione di Carlo Magno (e nascita del Sacro Romano Impero) abbiano avuto conseguenze maggiormente drastiche sulla vita della società europea.

Con l’età moderna, i tre secoli successivi al 1492 hanno vissuto eventi in cui l’Europa è stata trasformata dalla scoperta dell’America e dall’era delle esplorazioni.

Di conseguenza, ciò dovrebbe essere veritiero anche per l’età contemporanea. E, infatti, è così.

A seguito della rivoluzione francese, l’Europa è in subbuglio per un quarto di secolo, durante il quale le guerre napoleoniche plasmano il continente, finché non si giunge a Waterloo, e, soprattutto, il Congresso di Vienna, il quale si comporta come se gli anni precedenti non fossero avvenuti (per farvi comprendere la drasticità della cosa, immaginate se si decidesse di punto in bianco di tornare a com’erano i confini del Mondo prima della caduta del muro di Berlino).

Per il popolo, però, quegli eventi sono accaduti eccome, e la cosa dà inizio ad insurrezioni, moti e all’inizio del nazionalismo, i quali culminano nel 1848. Tra l’inizio e la metà del decennio, nascono nazioni come Grecia, Germania e Italia, ed il mondo si trova in un equilibrio precario, mantenendo una pace relativa per qualche decennio.

Si arriva, però, alla Prima Guerra Mondiale, una vera e propria goccia che ha fatto traboccare il vaso delle tensioni nel continente. Il periodo immediatamente successivo è una chiara conseguenza del conflitto, che si riscuote nella Seconda Guerra Mondiale.

Da lì in poi, la Guerra Fredda, conclusasi nel 1991.

In sostanza, il motivo per cui l’età contemporanea la si fa iniziare nel 1789 è perché tutti gli eventi dopo di esso sono la diretta conseguenza di quello immediatamente precedente.

Come si potrebbe, ad esempio, far partire l’età contemporanea con la fine della Seconda Guerra Mondiale, se essa è stato un risultato della Prima, a sua volta derivata da tensioni che sono cresciute in Europa per un secolo, a causa delle guerre napoleoniche, scaturite, appunto, dalla rivoluzione francese?

Certo, qualcuno potrebbe anche obiettare che si dovrebbe spostare l’inizio di 13 anni, perché è stata la rivoluzione americana a dare inizio a moti e sentimenti culminati con quella francese. Avrebbe anche senso, visto che gli Stati Uniti condizionano il mondo da molto tempo.

Tuttavia, le datazioni tendono ad essere piuttosto eurocentriche.

Impero “bizantino”

A scuola, quando si parla della parte finale dell’Impero Romano, si menziona la sua divisione in Oriente ed Occidente. Poi, quando, nel 476, cade l’Impero Romano d’Occidente, quello d’Oriente cambia denominazione, diventando Impero Bizantino.

Questa cosa può sembrare alquanto particolare, perché, dopotutto, metà impero romano ha continuato ad esistere, addirittura per mille anni (gli ultimi rimasugli furono conquistati dagli Ottomani nel 1479). Inoltre, “bizantino” deriva da Bisanzio, capitale dell’Impero che, però, si è sempre chiamata Costantinopoli per tutto questo millennio. Quale motivo avrebbe avuto tale impero di essere definito “bizantino”?

Semplice: loro non lo hanno mai fatto. Per tutta la loro esistenza, essi si definivano romani, e il nuovo Imperatore era definito “imperatore dei romani”, dal momento che si trattava pur sempre della prosecuzione dell’Impero Romano.

Tuttavia, sin dal ‘300 (tramite Petrarca), questa “separazione” apparente dell’ultimo millennio di esistenza dello stato romano è stata una conseguenza del Rinascimento di distaccarsi dai secoli precedenti, considerati “bui” perché privi dell’illuminazione e della conoscenza classica, mandata avanti dai romani.

Tuttavia, la loro visione del mondo come “buio” perché “senza i romani” non aveva molto senso, perché, appunto, l’Impero Romano, in una sua forma, esisteva ancora.

Così, come hanno risolto il problema? Semplice: hanno deciso di considerare l’Impero Romano d’Oriente come qualcosa a sé stante, quasi sulla stregua dei regni romano-barbarici ad Occidente (nel senso di “nuovi” stati nati dalla caduta di Roma).

Questo è uno degli episodi della storia che mi diverte maggiormente. Immaginate qualcuno che vive la sua vita in un certo modo, ma poi arriva un altro che annuncia “lui non ha mai fatto queste cose” e tutti danno maggiore credito alla sua parola. Pensate, quindi, a una versione in cui il primo uomo è l’Impero Romano d’Oriente, che per nove secoli ha vissuto come diretto successore dei romani, e il secondo uomo sono gli storiografi rinascimentali e umanisti.

Da un lato, si potrebbe obiettare che, dopotutto, la divisione deriva dal fatto che Roma non è stata territorio “bizantino” per quasi tutta la sua storia, ma comunque non si dovrebbe parlare di “popolo romano” escludendo del tutto la sua fase medioevale.

“Abbiamo avuto un bambino!”

Tutti noi conosciamo qualcuno che, sui social, dal momento in cui è diventato genitore, non fa nient’altro che parlare del bambino.

I suoi video sono di lui/lei che gioca col bambino, le foto sono del suo sorrisino, i post parlano di quanto sia bello essere genitore e via dicendo.

A molti, questa cosa fa infuriare, al punto che “vivere” sui social come se si passasse da “Persona” a “Genitore di X” non è alquanto ben vista.

Eppure, nella vita reale, se qualcuno, dopo la nascita di un bambino, si dedicasse con costanza a lui, di fatto mettendo da parte la sua vita per pensare a quella del figlio, sarebbe anche elogiato, venendo indicato come esempio da seguire.

Quindi, cos’è che cambia?

Semplice: sui social, parlare con costanza della stessa cosa è visto in misura peggiore rispetto a quando lo si fa di persona.

Tra Facebook, Twitter ed Instagram, alla gente piace vedere diversi argomenti discussi tutti insieme, passando con tranquillità dalla politica al disegno, dalle serie TV all’ambiente, e via dicendo.

In questo clima, dunque, vedere una persona che non parla di nient’altro se non di un argomento è considerato più “grave”, quasi come se ci si aspetti che tutti si comportino in un certo modo.

Dopotutto, questa cosa capita anche quando si vede qualcuno che parla 24 ore su 24 della sua band preferita, o uno che sta a parlare della politica giorno e notte, notte e giorno.

Ironicamente, non so come continuare, quindi passo ad altro!

Perché le serie per ragazzi di adesso parlano solo di omicidi?

Non so se ci fate caso, ma, ultimamente, ci sono molte serie per adolescenti la cui premessa è “in questo liceo, è successo un omicidio”. Riverdale, Elite e, adesso, 13 Reasons Why sono solo gli esempi più famosi.

Il problema, però, è che non è che queste siano semplicemente le serie “con omicidio” più famose, ma sono proprio le serie “per adolescenti” più famose, e basta.

Insomma, perché non si può avere una serie ambientata in un liceo senza che vi siano delle morti di mezzo?

Io penso che la ragione possa essere un miscuglio fra tre cose. Procediamo, ma ricordate che questa è solo la mia opinione.

Le sparatorie

Una parte di me teme che ciò sia dovuto all’incredibile numero di sparatorie nelle scuole americane, un problema gravissimo e che sembra senza fine.

Dopotutto, queste serie potrebbero raccontare gli adolescenti di oggi, ma lo farebbero tenendo conto del fatto che, oggigiorno, in America, può capitare che si vada a scuola e succeda un omicidio.

Però, dal momento che si cerca di evitare di essere troppo “seriosi”, lo si tinge di glamour, tramutandolo in una serie che emula il secondo punto, che è quello che, spero, influenza maggiormente.

Pretty Little Liars

All’inizio di questo decennio, tre serie hanno accompagnato il boom dei social network: The Vampire Diaries, Teen Wolf, e, da considerare per il nostro caso, Pretty Little Liars.

Le prime due sono serie soprannaturali, entrambe figlie della moda lanciata da Twilight di avere prodotti per ragazzi colmi di licantropi e vampiri, una moda ormai andata via (l’ultima serie di successo con questo tema è stata Shadowhunters).

La terza, però, trattava di omicidi e situazioni strane in un liceo americano, ed il suo successo è stato a dir poco fenomenale, traendo uso dall’arrivo dei social.

Di conseguenza, le serie di adesso si limitano semplicemente a cercare di emulare il più grande successo recente del genere, convinte che il “mistero” dietro un omicidio sia stato ciò che lo ha causato.

L’effetto “che noia!”

I gusti degli appassionati di serie TV sono ormai cambiati. Adesso, si preferiscono serie in cui succede sempre qualcosa.

Per esempio, alcuni criticano Breaking Bad in quanto “troppo lenta”. Una serie in cui il protagonista si ritrova a spacciare metanfetamina, e quindi c’è sempre un sacco di tensione ed eventi malavitosi.

Giustamente, se gli appassionati vorrebbero sempre azione e dinamicità, potrebbero mai apprezzare serie in cui i protagonisti “semplicemente” vanno al liceo?

Quindi, per evitare di far sembrare che l’intento della serie sia solo “ecco i teenager di adesso”, si edulcora la pillola mettendoci un omicidio e rendendolo un thriller.

Ripeto, queste sono solo tre mie opinioni.

La “fusione” di due categorie

Ne approfitto di questo post gigantesco per fondere due delle categorie del mio blog che credo siano agli antipodi, ossia una delle più corpose ed una delle più in disuso. La categoria dei tokusatsu, infatti, vorrei unirla a Tekken & Pokémon, dando vita alla rubrica “cultura pop giapponese”. Lo faccio perché mi è sempre sembrato strano che Tekken e Pokémon avessero le proprie categorie, quando avrò scritto due dozzine di articoli combinati su di loro al massimo negli anni, mentre altri argomenti più capienti non li hanno (non ho mai fatto una categoria “linguistica”, per esempio). Quindi, questo articolo segna il benvenuto di una nuova categoria! (E sì, adoro tantissimo l’ironia del fatto che perfino adesso lo abbia scritto con disinvoltura, quasi come se fosse una nota tra due cose più interessanti da dire)

La reputazione di Italia, Francia e Germania ancorata alla Seconda Guerra Mondiale

Tutti noi abbiamo conosciuto qualcuno la cui reputazione si è fossilizzata intorno ad un singolo evento, sia stato esso una figuraccia, un’impresa memorabile o un semplice aneddoto. Non importa cos’altro accada nella vita di quell’individuo: esso sarà sempre la persona legata a quell’evento.

Una cosa del genere sembra accadere con tre Paesi riguardo la Seconda Guerra Mondiale, ossia Italia, Francia e Germania.

Non importa che l’Italia sia un Paese con migliaia di anni di storia, cultura, civiltà, arte e tecnologia: il fatto che siano passati dall’Asse agli Alleati sarà una delle cose che verranno prima, come se importasse solo che “gli italiani sono traditori inaffidabili”.

Non importa che la Francia sia stata una potenza militare talmente potente nel corso di mille anni che era difficile competere in un conflitto con i francesi, che più volte hanno espanso il loro dominio in Europa e non solo: poiché si sono arresi presto contro i nazisti, i francesi sono dei “vigliacchi che si arrendono subito”

Non importa che la Germania sia andata così tanto avanti rispetto al suo passato oscuro che anche solo menzionarlo ti caccia in guai belli seri: loro saranno sempre “i nazisti”, senza via d’uscita.

Da un lato, penso che questa cosa sia dovuta anche alla percezione che uno ha di italiani, francesi e tedeschi. Chiaramente, se uno pensa che “francese=persona frivola”, è normale che si aspetti che non sorreggerebbe un conflitto. Con i tedeschi, poi, non mi sorprende che il loro aver cercato di conquistare il Mondo sia sempre menzionato, visto che sono dipinti come i più rabbiosi e “forti”.

Questa cosa va così avanti, però, che è praticamente impossibile parlare di Italia, Francia e Germania senza che nessuno lo menzioni.

E la cosa mi dispiace, visto che queste nazioni hanno molto più da raccontare e da dire.

Forse, va anche detto che dipende da come gli americani vedano questi Paesi, perché mi sembra un punto di vista perfettamente americano, e, nella società di oggi, l’opinione dell’America sembra diventare quella di tutti.

Però, sto iniziando a dare inizio a qualcosa di troppo serioso, per cui gradirei interrompermi.

“Abbastanza giovane da essere vecchio”

Questo post è rivolto soprattutto a me. Vedete, io, adesso, ho 26 anni, ed è da un po’ che mi chiedo se io possa ancora considerarmi giovane, dal momento che la mia adolescenza è ormai andata via da anni, e bambini e ragazzi mi chiamano “signore” (per quanto mi diverta quando, per esempio, un pallone rotola vicino a me, e dei bambini dicono “ci pensa il signore”, perché immagino il Signore che porge loro la palla).

Eppure, io continuo a definire quelli più grandi di me come “adulti”, e di certo non posso considerarmi “vecchio” o “maturo”.

Nel cercare e curiosare se altre persone si pongono dubbi simili ai miei, però, mi sono imbattuto in una frase che mi ha colpito: “a 26 anni, sei abbastanza giovane da essere vecchio. Nessuno si aspetta che la tua vita sia a posto a questa età, ma è una cosa buona se succede”.

Abbastanza giovane da essere vecchio. In effetti, sono in quell’età in cui vedo persone con cui sono cresciuto riuscire a trovare la propria felicità, magari facendo il lavoro dei propri sogni, oppure mettendo su famiglia. Però, ci sono anche altre persone mie coetanee che non capiscono cosa vogliano davvero dalla propria esistenza.

Io sono tra queste, e, quindi, vorrei dedicare un paio di parole a riguardo.

Noi viviamo questa sensazione dell’essere pronti ad affrontare il resto dei nostri giorni come se fosse una corsa contro il tempo, perché, prima lo siamo, più tempo abbiamo per godercelo.

Però, dobbiate sapere che, prima o poi, la vita vi rende comunque pronti. E non è un problema se succede più verso il “poi”.

Per molto tempo, io ero convinto che pensieri del genere fossero per perdenti che avevano deciso di non affrontare la vita. Eppure, ho capito che questo non è un pensiero da perdente, se decidi che non lo sia.

Va bene, la società potrebbe anche dirti “guarda che hai smesso di essere giovane a 21 anni, a quest’ora dovresti essere molto più che un patetico scricciolo d’uomo che non sa ancora nulla di sé stesso”, ma, pensaci: essa ti criticherà per sempre. Anche quando troverai la tua strada, sarai quello che l’ha trovata “più tardi”.

Quindi, perché farti colpire da qualcosa che sarà sempre lì?

Ricorda anche tu, sei abbastanza giovane da essere vecchio.

(Lo so, queste frasi scorrono come un fiume pieno di detriti e macigni, ma hanno senso per me, e questo era l’intento)

  1. K. Rowling e il problema del non essere più sulla cresta dell’onda

Da un po’ di tempo a questa parte, sembra che J. K. Rowling, la creatrice di Harry Potter, stia facendo parlare di sé in modi alquanto discutibili. Fin qui, nulla di strano, visto che sembra che nessuna celebrità abbia un lato “discutibile” di cui parlare. Tuttavia, è il modo con cui lei fa parlare di sé che è strano.

Sin da quando la sua saga si è conclusa nel 2007, infatti, la Rowling ha sempre adorato aggiungere e menzionare dettagli e curiosità extra sulle sue storie. Sapete, quelle chicche alla “loro due poi sono finiti insieme”, “i protagonisti si incontrano ancora dopo gli eventi” e via dicendo.

Eppure, è da un po’ che le cose che aggiunge la Rowling sembrano eccessive per due motivi. Il primo è che, in alcuni casi, sembra che lei menzioni informazioni talmente inutili che dubito che qualcuno le abbia mai davvero chieste. Un esempio è lo scoprire che, ad Hogwarts, prima che inventassero i gabinetti moderni, i maghi e le streghe facevano i propri bisogni per terra, facendoli poi sparire con la magia. Per quanto questa cosa possa anche essere accurata (se lo facevano anche i nobili di Versailles, che necessitavano di una certa immagine, non vedo perché i maghetti di Hogwarts se ne vergognassero), questa è sembrata ai fan una chicca piuttosto inutile e inusuale.

Però, lei fa parlare di sé soprattutto per il suo cercare di rivelare che la sua saga, in realtà, ha avuto molte più rappresentazioni di minoranze etniche, religiose e sessuali di quanto potesse sembrare. Si arriva anche a casi in cui personaggi che a malapena sono menzionati nel libro si ritrovano ad essere al centro della ribalta perché rappresentano un determinato tipo di persone.

Forse, non è tanto il fatto che lei lo faccia, quanto il come, visto che sembra sempre che lei si sia semplicemente dimenticata di menzionare dei particolari specifici su un personaggio nel corso di una saga che ha scritto negli anni ’90 e 2000.

Oppure, ricordo quando uscì “Harry Potter e la Maledizione dell’Erede”, e la Rowling, osservando come avessero scelto un’attrice di colore per la prima, non è che avesse detto qualcosa tipo “hanno chiaramente scelto la migliore attrice che potessero trovare, senza pensare all’aspetto”, cosa che a teatro è alquanto tipica (non è vietato mettere in scena un Otello non moro o anche avere un personaggio giovane e delicato interpretato da un uomo anziano, grosso e dalla voce imponente come quella di Re Lear), ma le sue parole furono “non ho mai detto che Hermione fosse bianca”. Non solo la cosa contraddiceva parole del libro che menzionavano la pelle pallida di Hermione, ma, di fatto, sembrava lasciassero implicare, che, in realtà, sono stati i film ad aver sbagliato e ad aver usato un’attrice dalla pelle bianca.

Questa cosa, insomma, va avanti da qualche anno. Ma perché?

Secondo me, la questione è piuttosto semplice: tutto è legato alla sparizione della Potter-mania come fenomeno di massa.

Per carità, l’amore per Harry Potter per quelli della mia generazione è ancora fervido, ma, per circa 15 anni, tra la pubblicazione del primo libro (1997) e l’uscita dell’ultimo film (2011) della serie, Harry Potter era dappertutto. Il New York Times, che stilava la classifica dei best seller, aveva una semplice categoria “per bambini” che si ritrovò a dover dividere solo per non vederla tutta intasata dalle avventure del maghetto dalla cicatrice sulla fronte.

Gadget, attrazioni turistiche, regali, tantissime erano le cose a tema Potteriano realizzate per un’intera generazione di appassionati che è cresciuta con loro.

Poi, però, è successo l’inevitabile: quella generazione di bambini e ragazzi che ha vissuto il boom di Harry Potter è cresciuta. E, quando diventi un adulto, le cose che ti piacevano prima, anche se continuano a farlo, non ti spingono più ad urlare ai quattro venti la tua passione, vuoi perché la tua vita è ormai fatta di altro, vuoi perché la società vede lo sbandierare la passione per qualcosa “per bambini” quando si è più vicini ai 40 anni che ai 18 come qualcosa di tristissimo.

Chiaramente, quando, dopo 15 anni alla ribalta, ti ritrovi a non essere più sotto i riflettori di tutti, ecco che cerchi ogni modo per tornarci. E, dal momento che non si potrebbero scrivere nuovi libri (quando strutturi la tua serie sugli anni scolastici del tuo protagonista, una volta che questi chiude con la scuola hai esaurito lo spazio e il tempo di cui scrivere), la cosa più vicina è aggiungere nuovi elementi al canone. Elementi che, magari, fanno dire ai fan “non vedo perché dovrei saperlo” o “potevi anche dirlo quando scrivevi i libri”.

Insomma, la Rowling e la sua ossessione per questo tipo di rivelazioni è soltanto la conferma che la “generazione di Harry Potter” è ormai cresciuta, e questa è una cosa normale.

Potremmo avere una buona notizia, una volta ogni tanto?

Sono io, o sembra che non vi sia mai spazio per una buona notizia, in qualsiasi aspetto? La politica sembra esercitarsi nel farti sentire uno schifo, le organizzazioni umanitarie un altro po’ sembra che facciano solo fallimenti nell’aiutare il pianeta, i notiziari limitano le sole cose positive allo sport e perfino cinema e TV si dilettano nel farti provare solo emozioni negative.

Io lo capisco: il Mondo è un posto orrendo, di quelli in cui c’è chi potrebbe trascorrere un’intera esistenza senza avere mai un motivo per sorridere.

Però, per quale motivo non ci sono mai buone notizie da condividere? Sul serio non succede MAI qualcosa di positivo DA NESSUNA PARTE?

Pensano davvero che sia così tanto utile e importante far vedere che al Mondo succedono SOLTANTO cose brutte?

Non so voi, ma penso che, se uno vede che, nonostante i suoi sforzi, le cose vanno soltanto DI MALE IN PEGGIO, senza neanche una minuscola ragione per essere fieri e felici del proprio operato, che motivo avrebbe di proseguire?

Io non dico che le brutte notizie debbano sparire. Però, di tanto in tanto, sarebbe bello se si parlasse, che ne so, di come un animale non sia più in via d’estinzione (perché sembra sempre che non se ne salvi manco uno neanche per sbaglio), di come un bambino abbia trovato la gioia dopo essere guarito da una grave malattia, di come ci sia un modo per salvaguardare ciò che c’è da proteggere.

Circa dieci anni fa, ricordo che lessi che Candido Cannavò stava lavorando ad un’emittente di sole buone notizie, ma poi è venuto a mancare. L’ho sempre trovato come un segno.

Per favore, condividiamo qualcosa di buono, perché il Mondo merita di sapere che la speranza esiste.

Alla prossima, sempre qui, sul blog vuoto!

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