Archivio | luglio, 2019

La Casa de Carta: dieci aspetti negativi della terza stagione

28 Lug

La Casa di Carta è una serie spagnola che tratta di un gruppo di ladri messi assieme da un uomo chiamato “Il Professore” che pianifica una rapina alla Zecca di Stato della Spagna da così tanto tempo da poter conoscere ogni dettaglio della situazione ed avere vie alternative in caso di qualsiasi errore.

Inizialmente, doveva trattarsi di una serie limitata. Tuttavia, Netflix ne ha comprato i diritti, e, vedendo il successo planetario che ha avuto, ha deciso di proporre almeno un altro paio di stagioni, con la terza rilasciata da poco.

Ora, solitamente, quando una serie è fatta apposta per durare poco ed avere una conclusione, ma la si prosegue comunque per il suo successo, le cose non vanno sempre bene. Se è vero che Supernatural ha avuto così tante stagioni dopo la sua fine intenzionale che esse da sole sono in numero maggiore, ma comunque la qualità di alcune di queste stagioni è rimasta alta, abbiamo l’esempio di Tredici, che si ritrova a dover andare oltre la ragione per cui esiste, arrancando a fatica.

La Casa di Carta si trova più vicina alla seconda situazione, perché, nonostante il suo successo strepitoso, la sua qualità è diminuita parecchio. Ma, d’altronde, se le serie di scarsa qualità non avessero successo, Il Trono di Spade avrebbe chiuso i battenti anni ed anni prima. (Più che frecciatina, consideratelo un riferimento ad un mio vecchio articolo)

Non saprei dire cosa sia stato, ma proverò ad analizzare dieci aspetti negativi in maniera costruttiva. Tanto, se preferite il me nevrotico che inveisce contro una serie in dieci punti, c’è la mia recensione di Sick Note per voi.

Dov’è che La Casa di Carta perde punti? Osserviamolo insieme.

Ah, chiaramente, quest’articolo contiene spoiler sulla terza stagione, ma non dite che io abbia scordato di avvertirvi.

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Un articolo inutile sulle Universiadi di Napoli 2019

16 Lug

Universiade di Napoli 2019

Bentornati nel blog vuoto. Oggi è il 16 Luglio, ed è, quindi, il settimo anniversario della pubblicazione del mio primo articolo. Già, sette anni. Gli anni passano per tutti, che possiamo farci.

Comunque, ho deciso di pubblicare un articolo in questa data perché, fra il 3 ed il 14 Luglio, c’è stato un evento che non mi sarei mai aspettato di vivere nella mia città: le Universiadi.

Sin da quando ero piccolo, adoro seguire eventi sportivi in cui più discipline competono tutte insieme. Ricordo di aver visto i mondiali di atletica del 2003, a dieci anni, ma, forse, avevo già visto alcuni eventi dei giochi di Sydney 2000, e semplicemente non me lo ricordo.

Tra mondiali, europei e situazioni simili, mi sedevo ed osservavo le cerimonie di apertura e chiusura degli eventi, e mi chiedevo pure come sarebbe stato vedere questi eventi dal vivo. Quando, nel 2005, il me dodicenne lesse che Londra avrebbe ospitato i Giochi Olimpici nel 2012, avevo quasi fatto il pensiero di andarle a vedere.

Alla fine, però, non ho mai fatto nulla, e vedevo anche l’Italia ritirarsi da candidature di eventi importanti.

Finché, nel 2016, non inizio a vedere cartelloni che parlano di “Universiade Napoli 2019”, un evento di cui avevo sentito parlare poco. La cosa che mi sorprese di più, però, fu proprio il fatto che le organizzassero a Napoli. Infatti, mi chiedevo se fosse davvero possibile.

Il 3 Luglio 2019, quindi, arriva la cerimonia d’apertura. La sfilata delle nazioni, i discorsi delle autorità, i video introduttivi e quant’altro. Eppure, che tutto avvenisse al San Paolo non mi sembrava vero.

Inoltre, venni a sapere che alcune gare si sarebbero disputate a poche centinaia di metri da casa mia, in un palazzetto dove, dieci anni fa, io mi allenavo.

Ho visto gare di pallacanestro e ginnastica artistica, per poi andare al San Paolo il 13 per le finali di atletica. Io allo stadio vado così poco che l’ultima volta fu quando debuttò Edinson Cavani, nell’estate del 2010.

Ok, questo articolo non sta venendo affatto come pensavo. È tutto “wow, hanno fatto questa cosa nella mia città!” e robe simili. Insomma, davvero non ho altro da aggiungere?

Beh, ad essere sinceri, non ho nulla da dire che non sia stato detto. Se non altro, mi piace come la rappresentativa italiana avesse come obiettivo di finire tra le prime dieci ed essere la seconda miglior nazione europea dopo la Russia, e ce l’abbiano fatta.

Vi parlerei delle sensazioni che ho vissuto dal vivo. Lo speaker della gara di basket che urlava in continuazione TRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIIPLAAAAAAAAAA ad ogni canestro da tre punti, il pubblico in visibilio quando si esibiva Carlotta Ferlito, le bambine che chiedevano foto a Hitomi Hatakeda (ginnasta giapponese che ha vinto quattro ori), la stranezza di vedere atlete ucraine vincere una medaglia d’oro in due discipline diverse nello stesso preciso istante, e via dicendo.

Oppure, potrei parlare di come mio fratello abbia presentato la cerimonia di chiusura, e quindi io vedevo il presentatore internazionale cercare di spiegare cos’è che mio fratello stesse dicendo in mondovisione.

Però, ripeto, non mi sembra di dire cose non superflue, quindi interrompo qui.

Anche se sono passati sette anni, l’appuntamento è alla prossima, sempre qui, sul blog vuoto!