Archivio | agosto, 2018

Solo perché potrebbero ascoltarti, non significa che lo faranno

6 Ago

Stavo pensando ad Offline, la mia webserie, della quale ho parlato innumerevoli volte su questo blog.

Questo non è propriamente un articolo dedicato alla mia webserie, anche perché non saprei neanche di cosa parlare, soprattutto perché scommetto che l’ultima volta in cui la maggior parte di coloro che ve ne hanno preso parte ha dedicato un pensiero ad Offline sia stata quando è uscito il finale.

Comunque, c’è una cosa di cui volevo parlare, e che mi sembra un perfetto monito da fare a chi vorrebbe usare internet per farsi ascoltare, non soltanto in ambito creativo, ma in generale.

Come scrissi ai tempi della realizzazione di Offline, io e tutti gli altri co-creatori ci siamo conosciuti su un gruppo Facebook, un gruppo con circa 4000 persone. Per questo, pensavamo che i membri di quel gruppo sarebbero stati i primi a seguirci.

Invece, nel corso dei due anni circa passati a realizzare la webserie, a malapena ricevevamo attenzione da qualcuno al di fuori del nostro gruppo per quanto riguardava gli aggiornamenti e i post.

Poi, la webserie è anche uscita, e, a parte un pochino il primo episodio, a stento qualcuno ci ha osservato. Tutt’ora io non so quale sia stata l’opinione sull’episodio finale, a quasi due anni dalla sua pubblicazione.

Con questo, non voglio di certo prendermela con quel gruppo, ma volevo sottolineare che questo è un classico esempio della cosa di cui voglio fare un monito: solo perché internet ti concede la possibilità di farti ascoltare, non significa che ti ascolteranno.

Gli internauti sono comunque esseri umani dotati di proprio pensiero, e quindi non puoi costringere qualcuno a dedicare il proprio tempo a quello che hai da dire.

Potresti anche scrivere in un gruppo pieno di amici, potrebbe anche essere qualcosa di innocente e senza alcun problema, come potrebbe anche essere qualcosa d’importante, ma, se il popolo del web non vuole ascoltarti, non ti ascolterà.

E sai che c’è? Che non deve essere un problema, perché è come vanno le cose.

Prendi il web come se fossi in mezzo ad una piazza. Se qualcuno iniziasse a parlare o a fare cose, non tutta la piazza si volterebbe a guardarlo. Ma anche a casa tua: hai sempre l’attenzione di tutti quanti, costantemente? Non penso.

Quindi, non te la prendere se nessuno vuole leggere il tuo racconto, nessuno vuole ascoltare le tue canzoni o nessuno vuole dedicare cinque minuti a parlare di un problema serio: non puoi costringere nessuno.

Da un lato, mi auguro che non traspaia un messaggio negativo da questo post, ma, dall’altro, sii libero di interpretarlo come vuoi.

Tanto, sono vere entrambe le cose. Non solo i criteri con cui la gente ascolta le persone sono casuali e non sempre giusti, ma ognuno ha la propria vita, con i loro gusti e le loro tempistiche.

Ciononostante, non smetterla di parlare e di dire ciò che vuoi. Un conto è che nessuno ti ascolta, un altro è che puoi comunque parlare.

Coraggio, va fuori e inizia a parlare, e non curarti delle reazioni altrui.

In volo sopra la montagna più alta: un esempio di radice proto-altaica

5 Ago

Un po’ di tempo fa, avevo mostrato un esempio di ricostruzione di un termine proto-indoeuropeo.

Stavolta, mi andava di pensare alla famiglia delle lingue altaiche, che riunisce turco, mongolo, coreano, giapponese e tantissime altre lingue, ipotizzando che esse derivino da un’unica, parlata millenni fa tra i monti Altai.

Ricostruire le radici delle parole altaiche è molto più complicato di quelle indoeuropee perché i popoli che rientrano nella seconda categoria hanno comunque lasciato attestazioni scritte nel corso di millenni (basti pensare a greci e indiani), mentre i popoli altaici hanno iniziato ad avere dei sistemi di scrittura molto tardi. Per dirvi, in Giappone la scrittura è giunta nel VI-VII secolo d.C. e quindi non è molto facile capire come fosse la lingua parlata nel Sol Levante anticamente.

Per questo, non sempre può accadere che ci siano termini che non solo sono simili (implicando una derivazione singenica), ma hanno anche lo stesso significato.

Di solito, capita invece che bisogna sforzarsi un po’ per capire quale potrebbe essere il nesso tra alcuni termini, e spesso non tutte e cinque le suddivisioni delle lingue altaiche ne sono coinvolte (può capitare che solo giapponese e turco abbiano termini di una radice comune, oppure solo coreano e mongolo).

Infatti, volevo usare per questo caso la radice proto-altaica *tēga, che fortunatamente per noi può essere osservata in tutti e cinque i sottogruppi.

Separatamente, ognuno dei sottogruppi ha una radice che comprende una dentale come suono iniziale, un suono vocalico e poi una gutturale.

In proto-nipponico, il ramo del giapponese, tale radice ha generato *tàkà-, da cui deriva l’aggettivo takai, che significa “alto” in giapponese.

In coreano, abbiamo deo, che è usato per indicare “più (aggettivo)” (è equivalente del suffisso inglese –er), la cui derivazione è il proto-coreano *tə.

In proto-mongolo c’è la radice *dexe- (la x andrebbe pronunziata come il “ch” tedesco o la “j” spagnola) che ha, da cui derivano termini che riguardano sia il concetto di “sopra” sia “saltare, volare”.

Simile alla radice mongola è il proto-tunguso *deg- che raffigura il volare, ma è anche la derivazione di alcuni termini per indicare gli uccelli.

Rimane, quindi, il proto-turco, che ha i vari termini per “montagna” derivanti da *dāg.   

Come noterete, c’è un nesso soltanto tra mongolo e tunguso, quindi come si farebbe a ricostruire il significato originario della radice?

Basta ragionarci su cos’hanno in comune questi significati. Il giapponese la utilizza come aggettivo, “alto”, e c‘è il proto-turco che indica le montagne, cosa sensata: cos’è più alto di una montagna?

Poi, ci sono le radici mongole e tunguse, che comunque riguardano il “volare sopra”, e quindi parlano di qualcosa che si trova “su, in alto”.

Infine, il coreano, unico sottogruppo a non avere la gutturale, ha una radice che può essere indicata come “andare oltre (aggettivo in forma base)”.

Insomma, tutte e cinque queste radici hanno a che fare con l’essere superiore, in alto, e quindi si può ricostruire una radice proto-altaica legata all’altezza.

Per ricostruirne i suoni, basta dare un’occhiata alle radici. Se le lingue nipponiche hanno preservato il significato originario di “alto”, allora ha senso ipotizzare che la radice originaria iniziasse con il suono “t”. Quanto alla vocale, considerando che abbiamo un’alternanza tra la “a” e la “e”, si può ipotizzare che quella originale fosse una “e” allungata. Quanto al suono gutturale, la “g” è la più attestata tra le radici discendenti.

Tuttavia, poiché le radici protonipponiche e protomongoliche presentano un’ulteriore vocale, e, tra i sottogruppi, queste due famiglie sono quelle più vicine all’originario significato, allora la radice si completa con una seconda vocale.

Per questo, osservando parole che significano “alto”, “il più X”, “uccello”, “volare”, “montagna” e “sopra”, ecco che si arriva alla radice proto-altaica *tēga, che rappresenta l’altezza.

Tale radice, inoltre, può essere confrontata con *takǝ(v)-, radice proto-eschimo (le lingue eschimo-aleutine sono quelle parlate da popoli come gli inuit) che significa “lungo, alto”, cosa che può essere menzionata dagli studiosi che ipotizzano un qualche tipo di contatto tra questi due popoli.

Nella speranza che questo articolo sia stato di vostro gradimento, vi do appuntamento alla prossima volta!