Archivio | luglio, 2018

*Dyeus Pətēr: come si ricostruisce un vocabolo di una protolingua?

22 Lug

In linguistica, un modo per ipotizzare il vocabolario di una lingua scomparsa senza tracce da cui deriverebbero altre è quello di prendere i suddetti discendenti e ricostruire una parola.

In questo articolo, seppur in modo molto sommario, vi mostrerò come si ricostruisce una parola usando come esempio le lingue indoeuropee, la famiglia che comprende l’italiano.

Nello specifico, come facciamo a poter non solo ipotizzare che il pantheon protoindoeuropeo avesse un “padre celeste”, ma anche che il suo nome potesse essere *Dyeus Pətēr?

Procediamo un po’ con ordine, perché la situazione può essere alquanto complessa.

Tutti noi conosciamo la figura di Giove, il padre degli dei dell’antica Roma, ma in molti potrebbero sorprendersi nello scoprire che il suo nome in latino sia Iuppiter.

Insomma, il resto della declinazione sembra seguire una radice Iov-, quindi da dove è uscito fuori Iuppiter?

Semplicemente, si tratta dell’unione della radice Iov- con pater, quindi “Giove Padre”, in una forma attestata nelle lingue italiche (la branchia delle indoeuropee da cui proviene il latino perché gli umbri avevano la figura di Iupater.

In linguistica, Iuppiter e Iupater possono definirsi parole singeniche e cognate, rispettivamente “nate insieme” in greco e in latino. Infatti, “cognatus” conserva anche l’arcaica g posta prima del verbo nascere, che ha la stessa radice di generare.

A questo punto, probabilmente vi resteranno un paio di dubbi:

  1. Se la seconda parte di Iuppiter deriva da padre, perché ha una i dove pater ha la a?
  2. E la radice Iov-, quindi, da dove arriva?

Iov- (che, nel latino arcaico, era Iou-) deriva da una radice arcaica *djous, da cui è derivato dies (giorno) ma anche deus. Infatti, Iuppiter sta per Deus Pater.

Ora, in questo caso, possiamo spingerci più lontano.

Vi ricordate quando, a scuola, ci insegnavano che alcuni dei romani erano equivalenti di quelli greci? In alcuni casi, questo è vero perché c’è una derivazione comune.

Chi è l’equivalente greco di Giove? Zeus, ovviamente.

Ebbene, non vi siete mai soffermati sulla similitudine tra Zeus e deus? E se vi dicessi che il caso genitivo di Zeus è Diós?

Infatti, Zeus e deus sono parole singeniche, derivanti cioè da una radice simile che, in greco, ha visto la fusione delle prime due lettere in una Z. Inoltre, come ho detto prima, sia Zeus sia Giove sono considerati come “il padre degli dei”.

In sanscrito, poi, si parla di un’antichissima divinità chiamata Dyáuṣ-pitṛ́, il “padre celeste”, mentre la lingua persiana ha l’espressione Zāvoš che significa “celestiale” (e notare l’iniziale per Z come Zeus).

Insomma, tre lingue antichissime come latino, greco e sanscrito, e tutte e tre non solo hanno la figura del “Padre degli Dei” in cielo, ma hanno termini molto simili per definirlo.

Aggiungiamoci, poi, che la mitologia nordica presenta la figura di Týr, il cui nome significa letteralmente “dio” e che deriva dal protogermanico *Tīwaz, e possiamo constatare come molte lingue indoeuropee abbiano una terminologia comune per i loro dei.

Prendendo tutto questo, quindi, i linguisti hanno potuto ricostruire una parola che comprendesse Iov-, Zeus, Dyáuṣ, Zāvoš, Týr e molte altre parole, ed hanno ottenuto *dyḗws, che non significa solo dio, ma anche cielo. (Il latino ha ottenuto caelum da un’altra radice che significa “il tutto”, mentre l’inglese Sky è una parola singenica con Oscuro)

Bene, quindi abbiamo la prima parte, Dyeus, ma Pətēr?

Qualcuno deve essersi accorto che il nome di Dyáuṣ-pitṛ́ presenta una I, come in Iuppiter, ma la differenza è che quella è la parola sanscrita per padre, mentre il latino ha una A.

In pratica, i linguisti si sono accorti non solo che la prima vocale delle parole per “padre” cambiava di tanto in tanto, vuoi per casi come il sanscrito in cui è effettivamente la parola d’uso comune o vuoi per casi come Iuppiter in cui è un caso raro nella lingua.

Quando i linguisti si accorgono che molte parole hanno una derivazione comune ma hanno suoni vocalici diversi, viene adoperato lo schwa, ossia questo carattere: ə.

Come si pronuncia? Avete presente la canzone napoletana Funiculì funiculà? Nella parte in cui dice Jamme, jamme ‘ncoppa, jamme jà, la “e” di jamme non è una vera e propria E, ma uno schwa.

In sostanza, avete potuto assistere qui come si ricostruisce una parola di una proto-lingua prendendo le parole singeniche di quelle derivate da essa, e credo si sia capito quanto sia complesso parlare di linguistica dal fatto che io abbia dovuto usare un paio di digressioni giusto per cercare di farvi comprendere di cosa stessimo parlando. Insomma, ho concluso l’articolo con una canzone napoletana!

Detto questo, sperando che il mio articolo sia stato di vostro gradimento, vi do appuntamento alla prossima.