Getting my life together in 2020, no matter what

30 Mar

 

There is one simple reason why this blog post exists. I am sick and tired of how everybody is talking about 2020 being such an awful year that no one is having good things coming from it.

Every time I log into my social accounts, everyone says stuff like not being able to get their life together because of the quarantine, or how 2020 is the worst year that has ever happened in the history of mankind (when I feel like presumably every single year between the start of WWI and the end of WWII could be categorized as such).

Nobody seems to have anything positive to say, nobody is managing to do something positive, nobody feels like there is a single chance of hope.

You know what? If I can’t see someone making a positive post, I’ll be the one to do so.

First of all, a bit of context. I am in my mid-ish 20s (I’m about to be 27, and I don’t know if 27 is still “mid-20s” or I can already say that I’m pushing 30), and yet I still go to university, without any notion on what my future is going to be, and with the constant fear that I am so late that there is nothing I can do to actually be on track.

However, during the last three months, I managed to pass the first half of my penultimate exam (the next one was supposed to be in late February, but, due to the virus, it’ll be on April 1st), I started an internship at a library which finally showed me how I could handle a working life, I finally don’t feel like my biggest passion, writing, is a waste of time and that I could actually create something big, and many other great things.

What I want to say is that my 2020 is on track to be one of my best years ever, if not the best year of my life.

However, I’m feeling like a bad person to be so happy and joyful about my 2020 when the whole internet talks about it like it’s the Apocalypse and Ragnarök happening at the same time!

How is that possible that there is not a single soul that is getting their life together because of this? Are you telling me that nobody has the opportunity to figure out things about themselves to become better and take their change to seize the day and live at your fullest?

This is the part where I would try to say something more positive, but, truth be told, my post is just something that exists because I want to hope that, out there, people who are overcoming the bad things of their year exist, and that their 2020 can still be bright.

That’s also why I don’t know how to finish this post, so I’ll just say something that us Italians keep hearing all day: andrà tutto bene.

Οἱ ἥρωες: le sei generazioni di eroi dell’antica Grecia

18 Nov

Tutti noi abbiamo sentito parlare degli eroi greci. Achille, Ulisse, Perseo, Ercole, Giasone e tantissimi altri sono figure che fanno parte dell’immaginario collettivo anche di chi non ha mai provato a conoscere o studiare le loro gesta.

Eppure, penso che vi possa essere una sorta di confusione sulla collocazione temporale di queste imprese. Insomma, per gli antichi greci, tutte queste figure leggendarie hanno vissuto le une accanto alle altre?

In realtà, quella che Esiodo, nel dividere le Età dell’Uomo, chiama Età degli Eroi, è composta da circa sei generazioni, dall’arrivo dei greci in Tessaglia (una delle regioni al centro della penisola greca) fino al ritorno dalla guerra di Troia.

Non vi sono delle collocazioni temporali specifiche, ma si conosce la collocazione delle generazioni da alcuni elementi delle leggende. Ad esempio, si parla di come Ercole sia il pronipote di Perseo, per cui la sconfitta della gorgone Medusa sarà avvenuta tre generazioni prima delle dodici fatiche.

Adesso, nel mio umile tentativo, vi mostrerò queste sei generazioni, portandovi indietro ad un’età antica, in cui il confine tra dio ed umano non era ancora ben definito, e gli eroi camminavano sulla Terra compiendo imprese destinate ad essere decantate di generazione in generazione.

Prima di cominciare, però, dovrò sottolineare una cosa: per i nomi, cercherò di usare quelli più vicini al greco antico. Per esempio, anziché Ercole (che deriva dal latino Hercules, per cui è il nome con cui era chiamato dai romani), scriverò Eracle (visto che, per i greci, egli era Herakles).

Detto questo, diamo inizio alle danze.

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Ten English words and expressions with a surprising Persian origin

21 Nov

Persia is a land that evokes such a charming mystery. For millennia, that region has been a gateway between Europe, India, the Arabian Peninsula and the Far East. After all, the Silk Road passed through them, and its culture has thus helped shaping both the West and the East in some ways.

In fact, the English language still has some remnants of the influence that Persia used to have in the past.

Some words are unsurprising, like Bazaar deriving from the Persian word for “market”, or Iran, how the country formerly known as Persia is called, which means “land of Aria”.

However, there are some expressions whose Persian origin may be surprising and unknown to some, and this is why I’m going to show you ten words.

Let’s begin, shall we?

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Solo perché potrebbero ascoltarti, non significa che lo faranno

6 Ago

Stavo pensando ad Offline, la mia webserie, della quale ho parlato innumerevoli volte su questo blog.

Questo non è propriamente un articolo dedicato alla mia webserie, anche perché non saprei neanche di cosa parlare, soprattutto perché scommetto che l’ultima volta in cui la maggior parte di coloro che ve ne hanno preso parte ha dedicato un pensiero ad Offline sia stata quando è uscito il finale.

Comunque, c’è una cosa di cui volevo parlare, e che mi sembra un perfetto monito da fare a chi vorrebbe usare internet per farsi ascoltare, non soltanto in ambito creativo, ma in generale.

Come scrissi ai tempi della realizzazione di Offline, io e tutti gli altri co-creatori ci siamo conosciuti su un gruppo Facebook, un gruppo con circa 4000 persone. Per questo, pensavamo che i membri di quel gruppo sarebbero stati i primi a seguirci.

Invece, nel corso dei due anni circa passati a realizzare la webserie, a malapena ricevevamo attenzione da qualcuno al di fuori del nostro gruppo per quanto riguardava gli aggiornamenti e i post.

Poi, la webserie è anche uscita, e, a parte un pochino il primo episodio, a stento qualcuno ci ha osservato. Tutt’ora io non so quale sia stata l’opinione sull’episodio finale, a quasi due anni dalla sua pubblicazione.

Con questo, non voglio di certo prendermela con quel gruppo, ma volevo sottolineare che questo è un classico esempio della cosa di cui voglio fare un monito: solo perché internet ti concede la possibilità di farti ascoltare, non significa che ti ascolteranno.

Gli internauti sono comunque esseri umani dotati di proprio pensiero, e quindi non puoi costringere qualcuno a dedicare il proprio tempo a quello che hai da dire.

Potresti anche scrivere in un gruppo pieno di amici, potrebbe anche essere qualcosa di innocente e senza alcun problema, come potrebbe anche essere qualcosa d’importante, ma, se il popolo del web non vuole ascoltarti, non ti ascolterà.

E sai che c’è? Che non deve essere un problema, perché è come vanno le cose.

Prendi il web come se fossi in mezzo ad una piazza. Se qualcuno iniziasse a parlare o a fare cose, non tutta la piazza si volterebbe a guardarlo. Ma anche a casa tua: hai sempre l’attenzione di tutti quanti, costantemente? Non penso.

Quindi, non te la prendere se nessuno vuole leggere il tuo racconto, nessuno vuole ascoltare le tue canzoni o nessuno vuole dedicare cinque minuti a parlare di un problema serio: non puoi costringere nessuno.

Da un lato, mi auguro che non traspaia un messaggio negativo da questo post, ma, dall’altro, sii libero di interpretarlo come vuoi.

Tanto, sono vere entrambe le cose. Non solo i criteri con cui la gente ascolta le persone sono casuali e non sempre giusti, ma ognuno ha la propria vita, con i loro gusti e le loro tempistiche.

Ciononostante, non smetterla di parlare e di dire ciò che vuoi. Un conto è che nessuno ti ascolta, un altro è che puoi comunque parlare.

Coraggio, va fuori e inizia a parlare, e non curarti delle reazioni altrui.

In volo sopra la montagna più alta: un esempio di radice proto-altaica

5 Ago

Un po’ di tempo fa, avevo mostrato un esempio di ricostruzione di un termine proto-indoeuropeo.

Stavolta, mi andava di pensare alla famiglia delle lingue altaiche, che riunisce turco, mongolo, coreano, giapponese e tantissime altre lingue, ipotizzando che esse derivino da un’unica, parlata millenni fa tra i monti Altai.

Ricostruire le radici delle parole altaiche è molto più complicato di quelle indoeuropee perché i popoli che rientrano nella seconda categoria hanno comunque lasciato attestazioni scritte nel corso di millenni (basti pensare a greci e indiani), mentre i popoli altaici hanno iniziato ad avere dei sistemi di scrittura molto tardi. Per dirvi, in Giappone la scrittura è giunta nel VI-VII secolo d.C. e quindi non è molto facile capire come fosse la lingua parlata nel Sol Levante anticamente.

Per questo, non sempre può accadere che ci siano termini che non solo sono simili (implicando una derivazione singenica), ma hanno anche lo stesso significato.

Di solito, capita invece che bisogna sforzarsi un po’ per capire quale potrebbe essere il nesso tra alcuni termini, e spesso non tutte e cinque le suddivisioni delle lingue altaiche ne sono coinvolte (può capitare che solo giapponese e turco abbiano termini di una radice comune, oppure solo coreano e mongolo).

Infatti, volevo usare per questo caso la radice proto-altaica *tēga, che fortunatamente per noi può essere osservata in tutti e cinque i sottogruppi.

Separatamente, ognuno dei sottogruppi ha una radice che comprende una dentale come suono iniziale, un suono vocalico e poi una gutturale.

In proto-nipponico, il ramo del giapponese, tale radice ha generato *tàkà-, da cui deriva l’aggettivo takai, che significa “alto” in giapponese.

In coreano, abbiamo deo, che è usato per indicare “più (aggettivo)” (è equivalente del suffisso inglese –er), la cui derivazione è il proto-coreano *tə.

In proto-mongolo c’è la radice *dexe- (la x andrebbe pronunziata come il “ch” tedesco o la “j” spagnola) che ha, da cui derivano termini che riguardano sia il concetto di “sopra” sia “saltare, volare”.

Simile alla radice mongola è il proto-tunguso *deg- che raffigura il volare, ma è anche la derivazione di alcuni termini per indicare gli uccelli.

Rimane, quindi, il proto-turco, che ha i vari termini per “montagna” derivanti da *dāg.   

Come noterete, c’è un nesso soltanto tra mongolo e tunguso, quindi come si farebbe a ricostruire il significato originario della radice?

Basta ragionarci su cos’hanno in comune questi significati. Il giapponese la utilizza come aggettivo, “alto”, e c‘è il proto-turco che indica le montagne, cosa sensata: cos’è più alto di una montagna?

Poi, ci sono le radici mongole e tunguse, che comunque riguardano il “volare sopra”, e quindi parlano di qualcosa che si trova “su, in alto”.

Infine, il coreano, unico sottogruppo a non avere la gutturale, ha una radice che può essere indicata come “andare oltre (aggettivo in forma base)”.

Insomma, tutte e cinque queste radici hanno a che fare con l’essere superiore, in alto, e quindi si può ricostruire una radice proto-altaica legata all’altezza.

Per ricostruirne i suoni, basta dare un’occhiata alle radici. Se le lingue nipponiche hanno preservato il significato originario di “alto”, allora ha senso ipotizzare che la radice originaria iniziasse con il suono “t”. Quanto alla vocale, considerando che abbiamo un’alternanza tra la “a” e la “e”, si può ipotizzare che quella originale fosse una “e” allungata. Quanto al suono gutturale, la “g” è la più attestata tra le radici discendenti.

Tuttavia, poiché le radici protonipponiche e protomongoliche presentano un’ulteriore vocale, e, tra i sottogruppi, queste due famiglie sono quelle più vicine all’originario significato, allora la radice si completa con una seconda vocale.

Per questo, osservando parole che significano “alto”, “il più X”, “uccello”, “volare”, “montagna” e “sopra”, ecco che si arriva alla radice proto-altaica *tēga, che rappresenta l’altezza.

Tale radice, inoltre, può essere confrontata con *takǝ(v)-, radice proto-eschimo (le lingue eschimo-aleutine sono quelle parlate da popoli come gli inuit) che significa “lungo, alto”, cosa che può essere menzionata dagli studiosi che ipotizzano un qualche tipo di contatto tra questi due popoli.

Nella speranza che questo articolo sia stato di vostro gradimento, vi do appuntamento alla prossima volta!

*Dyeus Pətēr: come si ricostruisce un vocabolo di una protolingua?

22 Lug

In linguistica, un modo per ipotizzare il vocabolario di una lingua scomparsa senza tracce da cui deriverebbero altre è quello di prendere i suddetti discendenti e ricostruire una parola.

In questo articolo, seppur in modo molto sommario, vi mostrerò come si ricostruisce una parola usando come esempio le lingue indoeuropee, la famiglia che comprende l’italiano.

Nello specifico, come facciamo a poter non solo ipotizzare che il pantheon protoindoeuropeo avesse un “padre celeste”, ma anche che il suo nome potesse essere *Dyeus Pətēr?

Procediamo un po’ con ordine, perché la situazione può essere alquanto complessa.

Tutti noi conosciamo la figura di Giove, il padre degli dei dell’antica Roma, ma in molti potrebbero sorprendersi nello scoprire che il suo nome in latino sia Iuppiter.

Insomma, il resto della declinazione sembra seguire una radice Iov-, quindi da dove è uscito fuori Iuppiter?

Semplicemente, si tratta dell’unione della radice Iov- con pater, quindi “Giove Padre”, in una forma attestata nelle lingue italiche (la branchia delle indoeuropee da cui proviene il latino perché gli umbri avevano la figura di Iupater.

In linguistica, Iuppiter e Iupater possono definirsi parole singeniche e cognate, rispettivamente “nate insieme” in greco e in latino. Infatti, “cognatus” conserva anche l’arcaica g posta prima del verbo nascere, che ha la stessa radice di generare.

A questo punto, probabilmente vi resteranno un paio di dubbi:

  1. Se la seconda parte di Iuppiter deriva da padre, perché ha una i dove pater ha la a?
  2. E la radice Iov-, quindi, da dove arriva?

Iov- (che, nel latino arcaico, era Iou-) deriva da una radice arcaica *djous, da cui è derivato dies (giorno) ma anche deus. Infatti, Iuppiter sta per Deus Pater.

Ora, in questo caso, possiamo spingerci più lontano.

Vi ricordate quando, a scuola, ci insegnavano che alcuni dei romani erano equivalenti di quelli greci? In alcuni casi, questo è vero perché c’è una derivazione comune.

Chi è l’equivalente greco di Giove? Zeus, ovviamente.

Ebbene, non vi siete mai soffermati sulla similitudine tra Zeus e deus? E se vi dicessi che il caso genitivo di Zeus è Diós?

Infatti, Zeus e deus sono parole singeniche, derivanti cioè da una radice simile che, in greco, ha visto la fusione delle prime due lettere in una Z. Inoltre, come ho detto prima, sia Zeus sia Giove sono considerati come “il padre degli dei”.

In sanscrito, poi, si parla di un’antichissima divinità chiamata Dyáuṣ-pitṛ́, il “padre celeste”, mentre la lingua persiana ha l’espressione Zāvoš che significa “celestiale” (e notare l’iniziale per Z come Zeus).

Insomma, tre lingue antichissime come latino, greco e sanscrito, e tutte e tre non solo hanno la figura del “Padre degli Dei” in cielo, ma hanno termini molto simili per definirlo.

Aggiungiamoci, poi, che la mitologia nordica presenta la figura di Týr, il cui nome significa letteralmente “dio” e che deriva dal protogermanico *Tīwaz, e possiamo constatare come molte lingue indoeuropee abbiano una terminologia comune per i loro dei.

Prendendo tutto questo, quindi, i linguisti hanno potuto ricostruire una parola che comprendesse Iov-, Zeus, Dyáuṣ, Zāvoš, Týr e molte altre parole, ed hanno ottenuto *dyḗws, che non significa solo dio, ma anche cielo. (Il latino ha ottenuto caelum da un’altra radice che significa “il tutto”, mentre l’inglese Sky è una parola singenica con Oscuro)

Bene, quindi abbiamo la prima parte, Dyeus, ma Pətēr?

Qualcuno deve essersi accorto che il nome di Dyáuṣ-pitṛ́ presenta una I, come in Iuppiter, ma la differenza è che quella è la parola sanscrita per padre, mentre il latino ha una A.

In pratica, i linguisti si sono accorti non solo che la prima vocale delle parole per “padre” cambiava di tanto in tanto, vuoi per casi come il sanscrito in cui è effettivamente la parola d’uso comune o vuoi per casi come Iuppiter in cui è un caso raro nella lingua.

Quando i linguisti si accorgono che molte parole hanno una derivazione comune ma hanno suoni vocalici diversi, viene adoperato lo schwa, ossia questo carattere: ə.

Come si pronuncia? Avete presente la canzone napoletana Funiculì funiculà? Nella parte in cui dice Jamme, jamme ‘ncoppa, jamme jà, la “e” di jamme non è una vera e propria E, ma uno schwa.

In sostanza, avete potuto assistere qui come si ricostruisce una parola di una proto-lingua prendendo le parole singeniche di quelle derivate da essa, e credo si sia capito quanto sia complesso parlare di linguistica dal fatto che io abbia dovuto usare un paio di digressioni giusto per cercare di farvi comprendere di cosa stessimo parlando. Insomma, ho concluso l’articolo con una canzone napoletana!

Detto questo, sperando che il mio articolo sia stato di vostro gradimento, vi do appuntamento alla prossima.

The Altaic languages theory

11 Giu

Welcome back to my blog.

This article is the translation of the one I made in Italian about this very same topic.

Japanese and Korean are two language so mysterious it is not possible to establish their origin. Also, we should consider that, in the case of Japan, a writing system arrived on the archipelago only in the VI and VII centuries, despite the Jomon culture having spread over the course of millennia.

Some linguists suggest that they’re related, maybe with a proto-Japanese separating from proto-Korean. Keep in mind, however, that those languages share similarities because they’re both part of the “Sinic world”, which means that some of those words actually derive from Chinese and adapted to the Japanese and Korean pronunciations.

There’s also another theory, which is now disctedited, about how those two languages are the easternmost extension of the Altaic languages, which are spread across Asia. No, seriously: if you pick a map of Asia up, you will notice how the five groups of this family separate the continent in two halves.

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This theory is divided in two: some supporters indicate that a proto-altaic might have existed and it is the common ancestor of the five languages. Others, however, suggest their similarities derive from being geographically close, so their ancestors may have ended up inflencing eachother. This concept is expressed with a German word, sprachbund (linguistic league).

What are those five families?

Turkic languages

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As the name may suggest, Turkic people are closely linked to the history and culture of Turkey. They can be found in central Asia (inhabitating the various “-stan” countries except for Afghanistan and Pakistan), in Azerbaijan, in eastern Siberia and western China.

Mongolic languages

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I remember when, in middle school, we studied the Otoman Empire and the textbook mentioned some cultural similarities with the Mongols. This is why it does not surprise me that there actually are similarities that ended up including Mongolian and Turkish into one family.

Tungusic languages

Linguistic map of the Tungusic languages.png

The last imperial dynasty of China, the Qing, came from Manchuria, whose language is tungisuc. The only other language of this family with a literary attestation is the Jurchen one from the XII century, and therefore it is difficult to draw the ancient history of this family.

Koreanic languages

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Similarities between Japanese and Korean grammar imply multiple theories about those languages being related, usually with a “father and son” approach between proto-Korean and proto-Japonic.

Japonic languages

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If you notice, there’s no trace of the Ainu language, spoken by the eponimous people in the Hokkaido island. This is because they speak an even more isolated and mysterious language. There are some who try to include it in the Altaic theory, but it is another issue.

The geographic proximity theory seems to be more favorable than the language family one.

See you, next time, here, on the Empty Blog!

Related languages VS influence sphere: a comparison between Europe and East Asia

5 Giu

Welcome back to my blog.

I’m a student of East Asian languages and cultures at the university of Naples L’Orientale. Most specifically, I study everything about Japan and China, with standard Japanese and Mandarin Chinese as the center.

However, I am also an Italian who has been studying English since preschool and, during high school, got to learn more and more about Latin and Greek, which got me into my passion for languages.

In fact, Europe and East Asia are basically my biggest points of focus when it comes to language history, development and influence, and I love how we can see different aspects of these points.

For instance, what do we find in those regions, when it comes to languages?

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Le lingue non Indo-Europee parlate in Europa

13 Feb

Bentornati nel blog vuoto.

La maggior parte delle lingue ufficiali nel continente europeo appartengono alla famiglia delle lingue Indo-Europee, che comprende anche persiano (Iran), pashto (Afghanistan), urdu (lingua predominante tra i musulmani del continente indiano), i discendenti del sanscrito e così via.

Tuttavia, non tutti i Paesi europei hanno una lingua ufficiale che proviene dalla famiglia del latino e del greco, per cui mi andava di mostrarvi quali sono le nazioni con lingue non Indo-Europee.

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Tra Europa ed Asia

3 Feb

Bentornati nel blog vuoto.

Le Americhe, l’Africa, l’Australia (o Oceania che dir si voglia) e l’Antartide hanno confini ben marcati, tant’è che ci sono proprio delle zone che dividono le masse in modo netto, come gli istmi di Panama e Suez. Certo, il confine tra Asia e Oceania è una zona grigia, perché bisogna pur stabilire quali isole fanno parte del secondo, ma credo che il confine continentale più problematico sia quello tra Europa ed Asia.

Il motivo? A differenza degli altri, per dividere il continente è stato necessario tracciare una linea convenzionale.

Tale linea usa il Bosforo (lo stretto che separa la penisola balcanica dall’Anatolia), il Caucaso (la catena montuosa tra Mar Nero e Mar Caspio) ed i monti Urali (catena montuosa russa da cui sorge il fiume Ural, usato per “chiudere” il confine).

Ora, il “problema” è dovuto a che ci sono 7 nazioni che si trovano in uno stato ambiguo, nel senso che non è sempre ovvio stabilire se esse siano parte dell’Europa o dell’Asia: Russia, Turchia, Cipro, Azerbaigian, Georgia, Armenia e Kazakistan.

In questo articolo, parlerò di esse, includendo anche i territori il cui status di nazione è parzialmente riconosciuto.

Procediamo subito, e, se dovessi effettuare errori, correggetemi subito!

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